Vendemmiamo, quindi siamo

Produrre un vino naturale, locale, in modo artigianale: Filippo ci racconta la nascita di “Fil Rouge”, piccola etichetta che sta vedendo la luce tra le colline del Brionnais francese. Un progetto che unisce passione per il territorio, sostenibilità e senso della comunità.

Produrre vino con meno di quattro ettari? Scordatelo! E’ questo che Filippo, milanese trapiantato da anni nella campagna francese, si è sentito dire tante volte dai viticoltori locali. Eppure l’idea era lì, da anni, nella sua testa: da quando, lasciata Milano, ha iniziato ad appassionarsi di agricoltura biodinamica, impegnandosi in formazione, studio ed esperienza sul campo.

Siamo nel Brionnais francese, nel sud della Borgogna, terra di grandi tradizioni viticole.

Anche qui fino a cent’anni fa le viti erano molto numerose: poi la filossera – un parassita di origine nordamericana – ha distrutto le coltivazioni, la popolazione che poteva dedicarsi a un duro lavoro come quello della vigna è tornata decimata dalla prima guerra mondiale, e una serie di incentivi economici all’espianto delle vigne ha spinto i locali a dedicarsi all’allevamento. Progressivamente la superficie piantata a vigna è diminuita fino a sparire quasi del tutto. Negli ultimi decenni, però, alcuni coraggiosi innovatori hanno provato a recuperare questa antica tradizione: oggi ci sono una decina di viticoltori, con pochi mezzi ma molta passione.

L’idea: rispetto e territorio

“Accarezzavo da tempo l’idea di produrre un vino naturale, locale, con pochi mezzi (quelli che posso permettermi!), rispettosa del territorio e del lavoro delle persone”, racconta Filippo. “Temevo fosse impossibile, costoso, complicato. Poi un giorno ho accompagnato il mio amico Pierre alla sua piccola cantina, dopo la vendemmia, e ho iniziato a pensare che, con duro lavoro e tanto studio, avrei potuto provarci. Ho iniziato a fare un po’ di esperienza presso un grosso viticoltore, ho fatto della formazione e tre anni fa mi hanno proposto di occuparmi di una parcella di vigna, cui poi se ne sono affiancate altre due. Tanto lavoro, al freddo, sotto la pioggia, con un esordio sfortunato: il primo anno la vigna era in pessime condizioni e non ho raccolto quasi nulla. Il secondo anno l’uva è stata vittima di una gelata tardiva (25 aprile!). Quest’anno finalmente è andata bene e abbiamo appena terminato la vendemmia”.

Nella sua vigna Filippo segue le pratiche dell’agricoltura biodinamica, che in estrema sintesi dedica grande attenzione alla salute del terreno, che è la base della vita. “Un terreno sano e vitale non può che dar vita a piante sane e vitali”, spiega. Questo approccio prevede un uso pressochè nullo di sostanze chimiche, e predilige quelle di origine naturale: estratti di piante – tisane o macerati – siero di latte, con un utilizzo davvero minimo di rame.

“La vigna è il mio giardino”

Filippo ci racconta com’è la vita del viticoltore. “La vigna è un po’ il mio giardino: me ne prendo cura, la proteggo, la faccio crescere. Non c’è una giornata tipo perché il lavoro è dettato dalle stagioni. Si lavora anche quando c’è brutto tempo, piove, fa freddo, tira il vento da nord… In vigna si è da soli, nel silenzio totale. Un’immersione nella natura che talvolta toglie il fiato. In inverno si fa la potatura, in primavera si selezionano i germogli, con l’avanzare della stagione cominciano i trattamenti preventivi contro le malattie, che possono colpire le foglie, i fiori o i frutti. Poi viene fatta la legatura: i rami vengono legati verticalmente per evitare che cadano sotto il peso dei frutti. D’estate vengono fatti gli ultimi trattamenti, si mettono le protezioni per gli uccelli e si prepara la vendemmia”.

Vendemmiamo, quindi siamo

E questo è il momento in cui fare appello agli altri: come nella migliore tradizione contadina, vengono coinvolti amici, parenti e conoscenti. Bisogna raccogliere tanta uva in poco tempo. Si lavora in vigna insieme, è tutto molto conviviale, si mangia, si beve un bicchiere e si conclude la giornata con una cena di ringraziamento. Così la vendemmia riacquista il suo giusto valore di rito collettivo.

Che succede poi? I grappoli vengono portati in cantina, dopo si pigia tutti insieme (un momento di festa soprattutto per i bambini). Per il vino rosso, Filippo ha deciso di usare invece una diraspatrice, una macchina che separa gli acini dal graspo, perché quest’ultimo tende a rendere il vino più secco, meno morbido, vino che avrà bisogno di un invecchiamento più lungo per essere gradevole.

Domanda: ma è igienico pigiare l’uva tutti insieme? Filippo si fa una bella risata! “Per fare il vino ci vuole igiene, non serve un ambiente asettico. Il processo di vinificazione prevede la presenza naturale di microorganismi. Il succo d’uva viene lasciato a fermentare per alcune settimane, poi verrà trasferito in fusti d’acciaio”. Perché questa scelta? “Le botti di legno hanno due grandi inconvenienti: uno è un problema di igiene, sono difficili da pulire e da conservare correttamente senza fare ricorso a disinfettanti chimici; il secondo è legato all’evaporazione: dalle botti una parte di liquido evapora naturalmente, occorre quindi periodicamente aggiungerci altro liquido per mantenere costante il livello. In una microproduzione naturale come la mia, sono entrambi fattori di cui ho dovuto tenere conto”.

“Mi piacerebbe in futuro dotarmi di anfore in terracotta – ho visitato in Italia diversi produttori interessanti. La terracotta – usata fin dagli antichi romani – è porosa e offre gli stessi benefici della botte in legno in termini di microossigenazione, senza gli inconvenienti”.

Raccolta, pigiata, fermentata… e ora?

Filippo rivendica orgogliosamente la scelta di fare un vino naturale, senza alcuna aggiunta di additivi. “Molte persone non sanno che i produttori di vino non hanno l’obbligo di inserire in etichetta gli additivi usati durante la produzione. Esistono fino a 200 diverse sostanze permesse, tra additivi, miglioratori di gusto, stabilizzanti, conservanti. E’ una bella sfida ma vorrei produrre un vino davvero privo di adulterazioni, come si è sempre fatto in millenni. Questo sarà più fattibile per il vino rosso, poiché le sostanze che colorano naturalmente il vino lo proteggono anche dagli effetti dell’ossidazione”.

Fil Rouge produrrà un vino rosso (Gamay) e un vino bianco, prodotto da due vitigni rari che in Francia non esistono quasi più: il Saint Pierre Dorè e il Ravat6. Quest’ultimo in particolare è un antico vitigno locale, selezionato a fine Ottocento da Jean Francois Ravat, un vivaista di Marcigny, a dieci chilometri dalle vigne di Filippo. Facendo delle selezioni Ravat aveva sviluppato una nuova varietà, il Ravat appunto, all’epoca molto apprezzata. Oggi ne esistono 2 ettari in tutta la Francia, oltre ad alcune vigne negli Stati Uniti, usate però per produrre un vino dolce.

Insomma, è vero o no che con meno di quattro ettari non si può produrre vino?

“Il tempo ce lo dirà ma sono fiducioso. Quest’anno produrrò poco più di 600 litri, ma ovviamente questo è il primo anno. Il bianco sarà pronto dopo l’inverno, il rosso a fine state. La mia sfida è dimostrare che si può mettere in piedi una piccola impresa viticola, che resti di dimensioni ridotte, con pochi investimenti e una grande presenza di lavoro manuale, alla base della vita in campagna. Ci sono tanti esempi di agricoltori di frutta e verdura che con piccoli appezzamenti ben coltivati, con grande attenzione al modo di lavorare, hanno dimostrato di essere sostenibili. Ho fatto molta ricerca per trovare attrezzature che, su piccolissima scala, offrono benefici simili a quelli dei grandi macchinari. Non è necessario compare un trattore, vorrei continuare a fare a mano, conservare il contatto con le mie piante. Anche per la cantina oggi esistono macchinari e gadget evolutissimi: a me interessa recuperare un’artigianalità sapiente, fatta di piccoli gesti semplici ma precisi, frutto di conoscenze millenarie”.

Un’associazione per promuovere cultura

Filippo ci spiega che la scelta del biologico è uno sbocco naturale in un territorio, come quello del Brionnais, dove non c’è presenza di grandi colture e dove l’uso di sostanze chimiche nei campi adiacenti è pressochè nulla. Un’altra bella sfida è rappresentata dalla scelta di produrre vino in un’area che confina, a nord e a sud, con due giganti: il Beaujolais e la Borgogna. “Per questo motivo abbiamo creato, con i pochi vignerons della zona, un’associazione culturale, per rilanciare la viticultura in quest’area della Francia. Una volta l’anno organizziamo degustazione di vini locali, facciamo promozione con gli enti locali e partecipiamo a molte attività sul territorio per incentivare e recuperare una cultura che era scomparsa. Nella vicinanza con due aree celebri in tutto il mondo per il vino, come Beaujolais e Borgogna, vediamo una continuità anche territoriale: certo, per confrontarsi con questi big ci vuole coraggio, ma la nostra sfida è produrre qualcosa di davvero autentico e locale”.

Buona fortuna, Fil Rouge!

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